“Without people care there is no business” D. Cattaneo
FIMIC è un’azienda italiana leader nel riciclo della plastica, con sede a Carmignano di Brenta (Padova), specializzata in cambia filtri innovativi esportati in cinque continenti con 70% export in Europa e 30% extra-UE. La crescita dell’azienda negli ultimi anni ha registrato anche un importante sviluppo del team, passato da 4 a 60 persone in 15 anni. Oggi il dialogo costante tra CEO e HR Manager aiuta ad allineare le “strategie delle risorse umane” con le “strategie di business”.
La ceo Erica Canaia (terza generazione familiare) è alla guida di FIMIC dal 2021; la hr manager Erika Canton gestisce le risorse umane. Entrambe, in un contesto di crescita aziendale, hanno a cuore il benessere del team.
(Erica) “Come può un CEO occuparsi sia dei risultati aziendali sia del benessere delle persone?”
Secondo me un CEO deve tenere insieme entrambe le cose, perché i risultati arrivano solo se le persone stanno bene e si sentono parte di qualcosa. Il benessere delle persone non è qualcosa di separato dai risultati aziendali: è una delle basi su cui quei risultati si costruiscono.
Il people management è l’approccio strategico alla gestione delle risorse umane che mette al centro le persone, le loro esigenze e il loro sviluppo. Erica quali sono le responsabilità del CEO nel people management?
Il CEO ha prima di tutto la responsabilità di dare identità e credibilità all’azienda. Le persone non scelgono più un posto di lavoro al buio: guardano online, si informano, vogliono capire chi sei, come lavori e che ambiente troveranno. Se un’azienda non comunica nulla, difficilmente riesce ad attrarre persone.
Poi c’è un altro aspetto fondamentale: creare dialogo interno. In FIMIC facciamo riunioni periodiche: ogni due mesi con i capireparto e ogni tre con tutta l’azienda, per condividere procedure, criticità, benefit e novità. Credo molto in questi momenti, perché aiutano a fare chiarezza e a coinvolgere le persone. Per me fare people management vuol dire “accorgersi” delle persone, capire se qualcosa non va. Se davvero vuoi lavorare bene devi guardare negli occhi le persone con cui lavori. Siamo esseri umani e quindi entrare in empatia con gli altri comporta capire se qualcosa non va. Se una persona al lavoro ha un problema personale lo porta con sé e se non viene aiutato a superarlo ad un certo punto penserà che il lavoro sia la difficoltà. La cosa peggiore è far finta di niente.
La nostra generazione cerca il bilanciamento tra il mondo del lavoro e la famiglia, che è quello che ho sempre cercato di creare. Credo nella flessibilità, nel welfare e nel rispetto degli spazi personali, ma sempre dentro un patto reciproco, do ut des. L’azienda deve dare attenzione e strumenti, ma serve responsabilità da parte delle persone.
Erika come si gestiscono le persone quando si lavora anche a livello internazionale?
Quando si lavora anche a livello internazionale, la gestione delle persone richiede un’attenzione diversa. Noi abbiamo provato con gli annunci su LinkedIn per alcune posizioni all’estero ma nella maggior parte dei casi ci affidiamo ad agenzie in loco o interinali che fanno una prima selezione e poi, a seconda del ruolo, facciamo i colloqui interni. In questo periodo non è semplice per il contesto internazionale che stiamo vivendo.
Una sfida per noi è riuscire a far sentire le persone parte dell’azienda anche quando lavorano lontano dalla sede e vivono in altri contesti culturali. Penso, per esempio, al Ramadan o a Paesi come l’India, dove ci sono moltissime festività, come la festa dei colori, quella delle luci, oltre a quelle istituzionali. Serve apertura mentale ed entrare nell’ottica che ciascuno porta con sé tradizioni, abitudini e sensibilità diverse.
Erika, come risolvete nel pratico l’inserimento in Fimic?
Quando una persona entra in azienda non basta più dare solo informazioni operative, bisogna aiutarla a capire chi siamo, come lavoriamo e quali valori ci guidano. Per questo sto realizzando un nuovo strumento di onboarding: un libretto che racconti la storia dell’azienda, i nostri valori, l’organigramma con le foto, gli spazi dei capannoni, le attività dei diversi reparti, e i momenti che caratterizzano la nostra vita aziendale, come il Family day o il team building annuale.
Erica quanto conta, per un imprenditore o un CEO, essere presente nel territorio e nella comunità in cui opera l’azienda?
Dal mio punto di vista è importante vivere il proprio paese e fare del bene. Io sono presente nella vita del mio comune e dove posso lo sostengo. Un’azienda non è un’isola, vive dentro una comunità. Io credo che fare impresa comprenda sostenere il contesto in cui si lavora e costruire relazioni vere. Se ti comporti bene, se sei coerente, se le persone vedono che ci sei, il passaparola positivo arriva. Da poco qui in Fimic è arrivato un ragazzo che abita piuttosto lontano; dei conoscenti in comune hanno parlato bene di me e ha chiesto un colloquio. Poi è chiaro, ci sarà sempre qualcuno che dirà male dell’azienda: succede ovunque. Ma quello che conta è la reputazione che costruisci nel tempo con i fatti. Oggi la buona reputazione vale tantissimo, anche per attrarre nuovi collaboratori.
Erika quali caratteristiche deve avere un HR per affiancare l’imprenditore nel raggiungimento degli obiettivi aziendali?
Nel mio ruolo mi continuo a formare tanto, perché per me è importante capire innanzitutto la direzione in cui sta andando Erica e aiutarla a mantenere quella direzione. Devo avere l’empatia, capire quello che vuole Erika e le persone che stanno intorno dell’azienda. Una volta mi infervoravo, adesso faccio più silenzio: ascolto, riesco a capire quando uno si sta agitando dal tono di voce e cerco di disinnescarlo. Cerco di toccare le corde giuste e capire chi ho davanti. Cioè prima mi facevo tanti scrupoli. Premetto che noi donne abbiamo appiccicata la “sindrome dell’impostore” e non ci perdoniamo niente ma adesso sono più sicura di me, e comprendo meglio le persone.
Erica su cosa ti orienti per far crescere le persone in Fimic?
Scelgo di aiutarle, anche con dei percorsi: il corso equilibrio famiglia/lavoro, quello di benessere finanziario, il corso di cake designer e per realizzare dei profumi. Sono opportunità, esperienze belle da fare insieme. Poi è chiaro che non tutti partecipano sempre, e a volte qualcuno si pente di non aver colto l’occasione, come succede anche con gli eventi aziendali. Ma per me il punto è proprio questo: le opportunità vanno date, poi sta anche alla persona scegliere se accoglierle oppure no.
Erica e Erika siete d’accordo con la frase “Senza people care non c’è business» di Danilo Cattaneo, AD di InfoCert
Erica: Eh, lo dico da dieci anni ma tanti mi prendono ancora in giro, però dopo, quando guardano i bilanci, si ricredono. Cosa deve scattare in un imprenditore? È molto semplice. Se ti svegli alla mattina con una bella energia positiva fai un sacco di cose. Se anche un dipendente si sveglia con un’energia positiva darà il suo contributo ma se è triste e lo tratti come un numero non darà il meglio di sé. Ci sono tanti imprenditori grandi e piccoli, che pensano che se non c’è quella persona poco male, ne arriva un’altra. Per me non è così.
Erika: Se io mi preoccupo davvero di una persona, quella persona lavora meglio, si sente vista, si sente anche un po’ coccolata. Però il people care non è una cosa a senso unico: deve essere reciproco e diventare un modo di lavorare condiviso da tutti. Non può partire solo dall’imprenditore e fermarsi lì, deve andare a scalare dentro tutta l’azienda.