Siamo all’inizio di agosto 2025 e per molte famiglie – in particolare per tante madri – l’estate è il periodo più faticoso dell’anno: le scuole sono chiuse, i bambini a casa per tre mesi, i centri estivi costano, le ferie sono un puzzle. Lo spunto di questo articolo è un’intervista condotta da Elisabetta Lamon della Fondazione Nord Est alla nostra ceo, Erica Canaia.
Quando è diventata mamma, Erica ha capito subito che qualcosa non tornava. “La spesa dell’asilo era una mazzata nei denti – racconta – e mi chiedevo: ma com’è possibile andare a lavorare solo per pagare l’asilo?” Da quella domanda è nata una rivoluzione silenziosa che ha cambiato profondamente il modo di fare impresa nella nostra azienda.
“Voglio che le donne in azienda possano scegliere. Scegliere di tornare a lavorare non perché costrette, ma perché sentono che la loro indipendenza conta, anche per uscire da situazioni di violenza, da legami economici tossici.” – dice Erica che ha introdotto un sistema di welfare che copre per intero i costi dell’asilo nido per i primi tre anni di vita del bambino. “Così lo stipendio resta pieno: paghi i pannolini, ti vivi tuo figlio e non sei costretta a rinunciare alla tua vita professionale.”
In Fimic il welfare è cultura aziendale
Il welfare in FIMIC non è un bonus da sfoggiare nei bilanci ma cultura aziendale. Accanto al sostegno alle madri, Erica ha previsto anche 25 ore mensili di permessi retribuiti per i papà, da usare per “dare manforte alla propria compagna”, come dice lei. E per rafforzare i legami e dare spazio anche alle relazioni familiari ogni anno nella nostra azienda viene organizzato il Family Day “perché alla fine – dice Erica – chi ti sostiene davvero è la persona che trovi quando torni a casa.”
Gli orari sono adattabili alle esigenze personali: c’è chi entra alle 7.30 per uscire alle 16 e chi arriva più tardi perché deve portare i figli a scuola. Le ferie si pianificano a febbraio, per permettere ai dipendenti di organizzarsi con serenità. “L’obiettivo è far capire che non vivi solo per lavorare, ma che il lavoro deve rispettare la tua vita.” – dice Erica.
Un’azienda fatta di persone (e di donne)
La composizione dell’azienda parla chiaro: su 60 dipendenti, metà sono donne. E il CDA è formato da Erica e i genitori. “Gestire tante donne e tanti uomini, con età e nazionalità diverse, richiede un’attenzione continua”, spiega. Ma per Erica, questa è una ricchezza. “In produzione ci sono più uomini, ma il magazzino, l’amministrazione, il marketing, le vendite… sono guidate da donne.”
L’approccio imprenditoriale di Erica è tutto fuorché convenzionale. “Non ho fatto MBA, ma ho studiato tanto: leadership etica, coaching, linguaggio del corpo, gestione delle emozioni.” Perché per lei il lavoro non si ferma ai numeri: “Le persone portano in azienda tutto: gioie, dolori, traumi. E io voglio essere pronta ad accoglierli.”
Questa attenzione si traduce in percorsi di formazione personalizzati: dal supporto psicologico, alla gestione finanziaria personale.
Un welfare che parte dall’ascolto
Erica sogna un welfare ancora più condiviso: “Vorrei che fossero i dipendenti a dirmi di cosa hanno bisogno, per costruire insieme nuovi strumenti.” Tra i progetti già realizzati c’è il finanziamento diretto di un asilo privato vicino all’azienda, e l’adesione al progetto “La gentilezza fa la differenza”, per promuovere l’educazione emotiva nelle scuole dell’infanzia.
“Alcuni miei colleghi imprenditori mi dicono: ‘Hai fatto bene, ma io non ce la faccio’. Hanno paura. Paura di essere troppo umani, di coinvolgersi.” Ma Erica non ha dubbi: “Io non sono mago Merlino. Semplicemente, cresco insieme a chi lavora con me. E questo fa crescere anche l’azienda”.